La riforma del condominio entra oggi in una nuova fase: la Commissione Giustizia del Senato prosegue le audizioni sui disegni di legge S.1816 e S.1905, ora esaminati congiuntamente e a seguire la discussione proseguirà in sede redigente. Si tratta di un passaggio importante, perché il Parlamento sta tornando a mettere mano in modo organico a una disciplina che interessa milioni di proprietari e migliaia di amministratori.
Il DDL 1816, presentato il 24 febbraio 2026, è il testo da cui è partito l’esame parlamentare e dal 7 ottobre la Commissione Giustizia ha deciso di unire alla discussione anche il DDL 1905, che interviene sulla stessa materia, così che i due decreti vengono trattati insieme.
Questo non significa che esista già un testo definitivo.
La fase è ancora quella del confronto, delle audizioni e della costruzione politica e tecnica della riforma, pertanto le norme vigenti restano quindi quelle attuali.
Il cuore della riforma riguarda inevitabilmente la figura dell’amministratore di condominio e il DDL 1816 interviene direttamente sull’articolo 1129 del Codice civile affrontando i temi legati alla nomina, agli obblighi, alla durata dell’incarico, alla cessazione e alla revoca.
Uno dei punti più rilevanti è la previsione di una polizza individuale di responsabilità civile come requisito indispensabile per la nomina.
Si tratta di un cambio di prospettiva importante perché l’amministratore di condominio non viene più considerato soltanto come il soggetto che esegue le delibere e gestisce la contabilità, ma come un professionista che assume responsabilità crescenti su patrimonio, sicurezza, contratti, appalti e denaro dei condomini e se aumenta il livello delle responsabilità, diventa inevitabile discutere anche di coperture assicurative, formazione e qualità professionale.
Un altro punto importante riguarda la cessazione dell’incarico.
Il testo prevede che l’amministratore uscente debba consegnare tutta la documentazione relativa al condominio e ai singoli condomini entro un termine stabilito dall’assemblea al momento della nomina, comunque non inferiore a trenta giorni dalla cessazione.
Si tratta di un passaggio che riguarda una delle criticità più frequenti quali: documenti mancanti, password non consegnate, contabilità incompleta., pratiche fiscali sospese e contratti difficili da ricostruire.
Indubbiamente una tempistica più precisa contribuirebbe a rendere il passaggio di consegne meno conflittuale e più verificabile.
Vi è poi il tema dell’amministratore in prorogatio e ANACI a tale proposito ha richiamato l’attenzione sul problema dell’amministratore che rimane in carica dopo la scadenza del mandato quando l’assemblea non riesce a nominare il successore; una situazione molto più frequente di quanto sembri e che comporta tutta una serie di problematiche dato che, nel frattempo, il condominio continua a esistere e si devono quindi pagare fornitori, utenze e dipendenti, affrontare emergenze e riscuotere le quote.
La riforma dovrà dare una risposta chiara alla domanda: quali poteri conserva l’amministratore in proroga e quale compenso gli spetta, perché lasciare questo tema soltanto alla giurisprudenza significa continuare a produrre interpretazioni diverse e alimentare il contenzioso.
Un altro nodo importante che dovrà affrontare la riforma è quello della sicurezza, dato che molti edifici hanno bisogno di interventi urgenti, o comunque non più rinviabili, su facciate, balconi, impianti, coperture, prevenzione incendi e/o strutture ma non sempre le assemblee riescono o vogliono deliberare in merito bloccando lavori necessari e indispensabili per la sicurezza.
C’è poi il tema del compenso, che non può essere separato da quello delle responsabilità.
Negli ultimi anni l’amministratore di condominio ha visto infatti aumentare enormemente gli ambiti nei quali deve essere preparato: sicurezza, privacy, cybersecurity, energia, appalti, fiscalità, digitalizzazione, gestione del personale, manutenzioni, contenzioso e la riforma dovrà, quindi, chiarire meglio il rapporto tra attività ordinaria e prestazioni straordinarie perché un incarico professionale moderno deve essere trasparente anche sotto questo profilo ed il condomino deve sapere cosa è compreso nel compenso e cosa richiede un’attività ulteriore.
Rispetto alla precedente grande revisione della disciplina condominiale, che risale alla legge 220 del 2012 sono ormai passati quattordici anni e nel frattempo il condominio è cambiato, sono arrivati Superbonus e i grandi cantieri, la sicurezza è diventata più complessa, la direttiva europea EPBD sta spingendo gli edifici verso la riqualificazione energetica, la digitalizzazione ha trasformato gli studi degli amministratori e l’intelligenza artificiale sta entrando nella gestione documentale e contabile il che inevitabilmente comporta che anche il ruolo dell’amministratore venga ripensato.
Come detto il testo è ancora aperto e le audizioni servono a raccogliere osservazioni, critiche e proposte da associazioni, esperti e operatori del settore per poi, solo successivamente, entrare nella fase degli emendamenti e della definizione del testo da portare avanti nel procedimento parlamentare.
Quello che si sta aprendo è un confronto importante, perché non si tratta solo di modificare alcuni articoli del codice civile ma di individuare quale e definire che genere di amministratore serva oggi per gestire edifici sempre più complessi, tecnologici e sottoposti a responsabilità crescenti.
Oggi, giovedì 15 ottobre 2026, comincia ufficialmente la stagione termica 2026-2027. I primi a poter accendere gli impianti sono i Comuni della zona climatica E, che comprende gran parte del Nord Italia e numerose località montane del Centro e del Sud. Per tutti gli altri l'avvio sarà graduale, fino al 1° dicembre per le zone più calde.
Non esiste quindi una data unica valida per tutta Italia: il periodo di accensione e le ore massime giornaliere dipendono dalla zona climatica a cui appartiene il proprio Comune.
Cosa sono le zone climatiche
L'Italia è suddivisa in sei zone climatiche, dalla A alla F, individuate in base ai "gradi-giorno", un indicatore che misura il fabbisogno di riscaldamento di un territorio. Più alto è il valore, più freddo è il clima.
La disciplina di riferimento è il D.P.R. 74/2013, richiamato anche dai Comuni nelle proprie comunicazioni sulla stagione termica.
Calendario 2026-2027 e ore massime
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Zona climatica |
Accensione |
Spegnimento |
Ore massime al giorno |
Esempi di città |
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A |
1° dicembre 2026 |
15 marzo 2027 |
6 |
Lampedusa, Pantelleria |
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B |
1° dicembre 2026 |
31 marzo 2027 |
8 |
Località costiere del Sud più miti |
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C |
15 novembre 2026 |
31 marzo 2027 |
10 |
Napoli, Palermo, Bari, Catania |
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D |
1° novembre 2026 |
15 aprile 2027 |
12 |
Roma, Firenze, Genova, Ancona |
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E |
15 ottobre 2026 |
15 aprile 2027 |
14 |
Milano, Torino, Bologna, Venezia, Bolzano |
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F |
Nessun limite nazionale |
Nessun limite nazionale |
Nessun limite |
Comuni alpini, Cortina, Bormio |
Nelle zone dalla A alla E, gli impianti possono funzionare solo nella fascia oraria compresa tra le 05:00 e le 23:00. Le ore non devono essere necessariamente consecutive e possono essere distribuite nell'arco della giornata.
Le temperature da rispettare
Per le abitazioni la temperatura massima ordinaria è di 20 °C, con una tolleranza di 2 °C. Il mancato rispetto delle regole può comportare sanzioni amministrative, i cui importi dipendono dalla norma violata e dalle eventuali ordinanze locali.
Attenzione alle ordinanze comunali
Il calendario nazionale è solo il quadro di riferimento. I sindaci possono emanare ordinanze motivate per anticipare o posticipare l'accensione e fissare limiti diversi su orari e temperature, anche per contenere i consumi e l'inquinamento; prima di accendere, quindi, conviene sempre consultare il sito del proprio Comune o della Regione.
Consigli pratici per risparmiare
Nel contenzioso condominiale esiste, purtroppo, un errore molto diffuso, frutto di un profilo formale spesso sottovalutato ma potenzialmente decisivo, ovvero che il verbale dell’assemblea tenuta in seconda convocazione deve dare conto del fatto che l’assemblea in prima convocazione sia andata deserta.
Infatti secondo l’orientamento giurisprudenziale, quando manca questa attestazione le delibere prese possono risultare annullabili per vizio di forma.
Il punto di partenza è semplice: il codice civile non disciplina in modo dettagliato il contenuto del verbale di assemblea ed è stata la giurisprudenza a definire, nel tempo, i criteri essenziali per valutarne la regolarità; tra questi criteri risulta particolarmente importante la necessità che il verbale della seconda convocazione non si limiti a dichiarare la regolare costituzione dell’assemblea, ma precisi anche che la prima convocazione è andata deserta.
Ed è proprio questo errore, ovvero l’omissione del risultato della prima convocazione che ricorre con grande frequenza nella prassi con la conseguenza che può incidere direttamente sulla validità delle delibere prese.
Recentemente, ad esempio, il Tribunale di Salerno con sentenza nr 3374 del 1° agosto 2025 ha stabilito che la mancata indicazione dell’esito della prima convocazione nel verbale della seconda può comportare l’annullamento della deliberazione.
L’importanza che vi sia un richiamo all’esito dell’assemblea in prima convocazione è strettamente legato alla struttura stessa del procedimento assembleare, infatti la seconda convocazione non è un momento autonomo ma presuppone, necessariamente, che la prima non abbia potuto deliberare e questo può avvenire perché non si è presentato nessun condomino oppure perché non è stato raggiunto il quorum richiesto dalla legge per la valida costituzione dell’assemblea; ne consegue quindi che il verbale dell’assemblea in seconda convocazione deve necessariamente contenere un’attestazione chiara circa il mancato esito utile della prima convocazione e questo non quale mero formalismo fine a se stesso, ma quale elemento che consente di verificare il corretto sviluppo dell’intero iter assembleare.
La Corte di Cassazione ha affermato che la verifica dell’infruttuoso svolgimento della prima convocazione deve avvenire all’inizio della seconda assemblea sulla base delle informazioni fornite dall’amministratore e che queste informazioni possono, inoltre, essere controllate e contestate dai condomini, sia da coloro che erano presenti alla prima convocazione sia da quelli che erano assenti.
Si tratta di un passaggio particolarmente importante perché conferma che l’indicazione relativa alla prima convocazione non è una formula accessoria, ma un dato funzionale alla trasparenza del procedimento deliberativo, pertanto, in mancanza di tale indicazione, chi ha interesse può chiedere al giudice l’annullamento della delibera purché, ovviamente, l’impugnazione sia proposta nei termini di legge.
Un aspetto pratico di notevole interesse riguarda la forma documentale da adottare, infatti non è necessario predisporre un verbale autonomo della prima convocazione andata deserta, ma è sufficiente inserire nel verbale della seconda convocazione una semplice attestazione del fatto che la prima è andata deserta.
In pratica serve semplicemente un pizzico di precisione per evitare possibili conseguenze negative.
Marco Lombardozzi
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